Benvenuti nella storia di Pontassieve, le foto riportate nei links risalgono ai primi
del 1900, fatta eccezione di quella della parrocchiale che risale ai primi anni 60.
Il
Palazzo Sansoni Trombetta, oggi sede del Municipio di Pontassieve, è un edificio costruito a metà Settecento ed occupa
il lato alto, settentrionale, della piazza del Castello di Pontassieve,
centro della vita economica, politica, religiosa e sociale almeno
dalla fine del XIV sec., quando furono terminati i lavori di costruzione
della fortificazione di Castel SantAngelo. Di fronte al
Palazzo, edificato tra XVII e XVIII sec., sorgeva il loggiato
del grano, dove si svolgeva il settimanale mercato delle granaglie.
Sul
prospetto centrale, sopra al finestrone della Sala Grande, si
affacciava un grande stemma in arenaria con un cavaliere in armatura
che regge un vessillo, forse apposto dal cav. Anforti, proprietario
del Palazzo sul finire del Settecento.
Attualmente sulla facciata campeggia lo stemma del Comune di Pontassieve.
Nel vestibolo del piano terreno, ora portineria del Municipio,
sono affissi:
lato destro entrando: uno stemma ottocentesco della famiglia Trombetta
in unione con altra sconosciuta; stemma con cavaliere (Anforti),
proveniente dalla facciata;
lato sinistro, in alto: due piccole lapidi in ricordo dei podestà
Falcucci (1627) e Busatti (1659), provenienti dalla facciata dellantico
Palazzo Podestarile, poi semi-distrutto dai bombardamenti del
1943-44 (ora ospita la Biblioteca Comunale); originariamente era
adornata da decine di stemmi.
lato sinistro, in basso: - a destra uno stemma, probabilmente
podestarile, non più leggibile;
a sinistra uno stemma che ricorda come il magistrato della Compagnia
religiosa della Santa Croce si sia riunita in quella sede dal
1653 al 1657, proveniente dallo stesso Palazzo Anforti, probabilmente
dalla cappella ricavata al piano terreno.
NellOttocento
il Palazzo passò ai Trombetta, famiglia di banchieri proveniente
dallIsola di Corfù, che si imparentarono poi coi
livornesi Sansoni. Il frontone che domina il prospetto centrale
è adornato di un fregio in cui si intrecciano graziosamente
le iniziali dei due cognomi (S e T).
La Sala Grande
Il piano nobile si raggiunge salendo uno scalone doppio che immette
su un vestibolo ornato da nicchie, di fronte si apre la porta
della Sala Grande. Entrando si viene sorpresi dallaltezza
della Sala, il cui soffitto a cassettoni si eleva fino al culmine
delledificio. Lilluminazione naturale è favorita
dal doppio ordine di finestre, due in alto e tre in basso, di
cui quella centrale immette nel terrazzino che si affaccia sulla
piazza.
La doppia altezza, forse ricavata da una ristrutturazione, ha
permesso lesecuzione di un ciclo di otto affreschi che ornano
la Sala e le donano un carattere arcaico. Si tratta di un ciclo
di opere, attribuite a Ferdinando Folchi (1822-1893), fortemente
influenzate dal gusto storico di certe rievocazioni letterarie
tese ad esaltare i precursori del Risorgimento nazionale. In questo
ciclo il Folchi, pittore fiorentino che aveva eseguito anche i
decori dellantistante chiesa di S. Michele Arcangelo (ora
perduti), illustra gli atti eroici di sette donne famose, tra
le quali sono state per ora riconosciute: Chinzica dei Sismondi,
leggendaria eroina pisana vissuta nellXI sec., qui nellatto
di riabbracciare il figlioletto, e la figlinese Lucrezia Mazzanti,
che si getta dal ponte dellIncisa per sfuggire ai mercenari
che assediavano la Repubblica fiorentina (1529-30).
Nellaffresco centrale campeggia lo stemma dei Trombetta
tra lItalia, che regge orgogliosa la bandiera della ritrovata
unità, ed una Grecia che, ancora sottoposta allImpero
Ottomano, guarda ammirata lItalia e regge pensosa una statuetta
di Minerva guerriera, augurandosi un prossimo riscatto.
Sullo sfondo una marina dellIsola di Corfù, terra
dorigine, e Firenze, terra delezione dei Trombetta.
Lopera data intorno al 1865-70, quando Firenze era capitale
del regno.
Il Palazzo Comunale (Sansoni-Trombetta)
La nuova piazza Vittorio Emanuele
La panoramica del paese
I confini della valdisieve
Il territorio
del comune di Pontassieve si estende per 114,44 kmq in
zona collinare tra Val Di Sieve e Valdarno. Sorto con
la fondazione di un castello per volontà di Firenze
poco oltre la metà del XIV secolo, fu podesteria
medievale con ampia giurisdizione (comprendeva anche i
territori ora di Pelago e di Rignano).
La storia
I primi dominatori
del territorio furono i nobili da Quona, la cui signoria è documentata fin dallXI secolo. Questi,
un ramo dei quali assunse più tardi anche il nome
di Filicaia, si inurbarono in Firenze alla fine del XII
secolo e nel 1207 vendettero al vescovado fiorentino gran
parte del territorio di loro giurisdizione.
Nel 1375 Firenze
decretava ledificazione di un castello per uso essenzialmente
strategico nella terra di Pontassieve, che avrebbe avuto
il nome di Castel SantAngelo; nel 1399, per aumentare
limportanza del nuovo insediamento, viene concesso
ai terrazzani un mercato settimanale.
Col trascorrere
degli anni sul nome di Castel SantAngelo prese il
sopravvento quello di Ponte a Sieve, grazie allimportanza
del ponte che da tempo immemorabile, più volte
caduto e sempre ricostruito, serviva di passaggio per
lantica via che collegava Firenze al Mugello, al
Casentino e ad Arezzo. Intorno al ponte erano sorte spontaneamente
le prime case, che si erano poi sviluppate divenendo un
borgo che si situava in basso rispetto al castello edificato
dai fiorentini.
Il paese non
ebbe grandi occasioni di sviluppo fino alla fine del XVIII
secolo, quando per iniziativa granducale vennero aperte
la nuova strada per il Casentino attraverso la Consuma
e, successivamente, quella per la Romagna attraverso San
Godenzo: fu allora che Pontassieve si accrebbe in breve
tempo, e nuovo impulso ricevette nel 1859 con la costruzione
della ferrovia Firenze-Roma. Durante lultima guerra
Pontassieve, per limportanza del suo nodo ferroviario,
subì ingenti danni, rimanendo distrutta quasi interamente
cosicché laspetto attuale è dovuto
in gran parte alla ricostruzione post-bellica.
Tra le attività
economiche del passato primaria importanza aveva lagricoltura
che, giovandosi di un fertile terreno, dava vino e olio,
granaglie, legumi, gelsi; diffusa era la coltivazione
delliris di cui si lavorava la radice. Se già
nel Settecento si segnalava per la produzione di scarpe
e di tele di lino e di canapa e per la trattura della
seta, il rilievo assunto da Pontassieve come nodo viario
ne favorì notevolmente lo sviluppo industriale
nel corso dellOttocento: nei primi anni del Novecento
vi erano unofficina ferroviaria, una fornace di
calce e cemento e una di laterizi, fabbriche di tappeti,
di saponi, di vetri e una distilleria.
Tra le risorse
attuali del territorio, rinomata è la produzione
del vino (Chianti Putto) e dellolio; molto sviluppata
è, a livello artigianale, la lavorazione delle
pelli, del cuoio, delle pellicce; tra le industrie, molte
delle quali sorte anche in epoca recente, vanno ricordate
quelle per la lavorazione delle materie plastiche, del
vetro, della ceramica, dei laterizi, del settore meccanico
ed elettronico, alimentare, delle confezioni.
Vi è inoltre lOfficina materiale fisso del
compartimento fiorentino delle Ferrovie dello Stato.
La popolazione del territorio comunale raggiunge le 20439
unità nel 1991, con una densità di 179 abitanti
per kmq.
Lo
stemma
Troncato: sopra di rosso, al castello dargento,
a due piani, merlato alla guelfa, aperto e finestrato
di due di nero; sotto, dargento, alla croce di rosso
(Decreto del Capo del Governo in data 24 ottobre 1928).
La torre, posta nella parte superiore dello scudo, ricorda
quella di Filicaia, che dette origine al paese; la croce
rossa in campo argento nella parte inferiore allude alledificazione,
voluta dalla repubblica fiorentina, di un castello su
queste terre per contrastare il potere dei conti Guidi.
Ponte sul fiume Sieve (Ponte Mediceo)
Le origini
del ponte sulla Sieve rimangono oscure: esso sembra da
mettersi in relazione con il Ponte Maggio di cui parla
Lapo da Castiglionchio (discendente di uno dei due rami
in cui si divise la famiglia dei Da Quona - i Da Castiglionchio
appunto e i Da Volognano) nella sua Epistola o sia Ragionamento
di Messer Lapo (XIV secolo).
In mancanza
di notizie certe, per il momento si può soltanto
ipotizzare lesistenza di un ponte, controllato prima
dalla famiglia Da Quona e poi -dopo la conquista e la
distruzione del castello di questa consorteria (1143-1146)-
dal comune di Firenze; esso fu probabilmente più volte distrutto dalle rovinose piene della Sieve ed altrettante
volte ricostruito, a causa della sua importanza per le
comunicazioni da Firenze verso la Romagna, il Casentino
e il Valdarno.
La struttura
attuale del ponte risale alla metà del 500,
allorché a seguito dellalluvione del 1547
si rese necessario provvedere alla ricostruzione del precedente
ponte in pietra, distrutto dalla piena.
Come primo
provvedimento di emergenza fu deciso di istituire un servizio
di traghetto sulla Sieve, che andò ad affiancarsi
ai due già esistenti in prossimità del castello,
detti luno "nave di SantAntonio"
e laltro "passo dOrlando" (A.S.F.,
Capitani di Parte, num.neri, 698, n.131); il nuovo passo
di nave fu preso in affitto da una "Monna Maddalena
già donna di Cambio Salviati" e condotto inizialmente
da Giovanni di Mariotto mugnaio, Piero di Vittorio e Tommaso
Baroni, scelti tra coloro che avevano subito più danni (A.S.F., Otto di Pratica del Principato, 179/180,
ins. Pontassieve).
Con rescritto
del 23 settembre infatti il Granduca Cosimo I aveva ordinato
che il provento della nave andasse alla podesteria di
Pontassieve "in suo utile in comune": ma questa
decisione aveva spinto tutti coloro che avevano visto
i loro beni distrutti dallalluvione a presentare
più o meno motivatamente domanda per partecipare
agli utili della gestione del traghetto.
Per troncare
ogni discussione e per evidenti ragioni di calcolo economico,
la comunità al fine decise di concedere il passo
di nave al miglior offerente: con il ricavato dellincanto
si sarebbe proceduto a finanziare i lavori di ricostruzione
del ponte.
Nel 1548 la
magistratura fiorentina degli Otto di Pratica deliberò
la riedificazione del ponte, dando incarico a Francesco
di Bencistà e Luca del Moro di redigere un progetto
comprensivo delle spese occorrenti. Nella relazione da
loro presentata in data 20 giugno (accompagnata da un
disegno di cui non siamo più in possesso), si consigliava
di ricostruire il ponte nel medesimo punto dove era situato
il vecchio, considerato "il migliore per sicurtà
e per comodo" (A.S.F., Pratica Segreta, 159).
La spesa per
il rifacimento del ponte sarebbe stata affrontata mediante
unimposizione fiscale straordinaria, alla quale
avrebbero contribuito i vicariati beneficiati dalla sua
ricostruzione, e cioè quelli di San Giovanni (al
cui interno era compresa la podesteria di Pontassieve),
del Casentino (Poppi), di Pieve Santo Stefano, parte di
quello di Scarperia e di quasi tutta la Romagna (A.S.F.,
Capitani di Parte, num.neri, 699, n.47).
I lavori, iniziati
piuttosto celermente sotto la direzione di diversi responsabili
(tra cui è da escludere Bartolomeo Ammannati, cui
invece il Repetti nellOttocento attribuiva la firma
dellopera), si protrassero però per almeno
sette anni, a causa di diverse interruzioni: nel luglio
1551 infatti erano completate soltanto le due pile laterali,
mentre di quella centrale era stato edificato soltanto
il basamento fino al livello dellacqua. Si verificò
probabilmente anche un cattivo utilizzo di fondi, tanto
che il Granduca dovette intervenire, ordinando che i soldi
si spendessero "meglio per lavvenire che per
il passato"(A.S.F., Capitani di Parte, num.neri,
699, n.47).
Il ponte venne
restaurato alla fine del Settecento in occasione dei lavori
per la costruzione delle grandi strade rotabili per il
Casentino e per la Romagna: sulla base della perizia fatta
dallIngegnere Anastagi, il matematico regio Ferroni
informava il Granduca Pietro Leopoldo con lettera del
20 maggio 1788 della necessità di risistemare la
"pedata destra", rifare il lastrico e abbassare
le spallette, per una spesa complessiva prevista nella
somma di 820 scudi. In quelloccasione vennero anche
temporaneamente rimossi i due "cartelloni in marmo
annunzianti lepoca della sua costruzione",
da riapporre, in seguito allabbassamento delle spallette,
aggiungendo ad uno di essi uniscrizione in memoria
del restauro leopoldino (A.S.F., Segreteria di Finanze,
960).
La torre dell'orologio
La prima documentazione relativa alla chiesa risale agli inizi del XIII sec., ed è antecedente alla nascita del castello: essa riguarda la vendita di un podere fatta da Tebaldo del fu Tebaldo da Quona e da Ermellina sua moglie, a prete Cipriano, rettore e cappellano della chiesa e cappella di S. Angelo a Sieve, al prezzo di "libbre 46 di buona moneta fiorentina" (A.S.F., Diplomatico Badia a Ripoli, 4 maggio 1214).
Nelle più antiche carte la chiesa viene denominata "S. Angelo", mentre è soltanto nel 600 che si afferma lodierno titolo di "S. Michele".
Nel popolo di S. Angelo avevano possessi i vescovi fiorentini, come dimostrato da molti codici della Mensa vescovile che riportano partite di locazione (A.A.F., Libro affitti e rendite, 1329-1341, 9 agosto 1329). Patroni della chiesa erano labate di S. Fedele ed il pievano di Remole, che intervenne nella nomina del prete Ghino fu Lapo da Romena (A.S.F., Not. Antecos., L. 34 ser Lando di Fortino, s.s. 1371).
Nellelezione dei beneficiari interveniva talvolta anche il Vescovo (A.A.F., Libro dei Contratti 1335, 9 dicembre 1337, c.255 v.): "Qualiter dictus dominus episcopus contulit domino Micheli de Filicaia benefitium clericatus in Ecclesia s.cti Angeli de Sieve...sub MCCC-XIII sie XIIII novembris"(A.A.F., Bullettone, c.17 r.).
Presso la rettoria avvenivano le riunioni della Compagnia dellAnnunziata, i cui capitoli furono confermati da S. Antonino nel 1452 (A.S.F., Vis. Past. Card. Medici).
Nel 1513 morì nel Convento di S. Marco a Firenze il pontassievese fra Cipriano di Pietro Cancelli: "...hic sacerdos, obiit moribus praeditus, gratus erat fratibus et saecularibus. Non parcebat labori, vacans continue saluti animarum in audiendis confessionalibus. Martuus autem ex dolore maximo...et erat prior in conventu nostro S. Marci" (Chronicon sancti Marci fol. 228).
AllAbate, al Pievano di Remole ed al Vescovo di Firenze subentrarono nel patronato i Da Filicaia, che lo mantennero fino al 1787, anno in cui vi rinunziarono a favore della Mensa Vescovile (A.A.F., Campione vecchio di campagna, c.212 v.).
A causa dellaccresciuta importanza del borgo, seguita allapertura delle rotabili tardo-settecentesche, da semplice rettoria, la chiesa di S. Michele fu proclamata "Prepositura"; ledificio subì opere di trasformazione, e nel 1788 fu nuovamente consacrato da Mons. Antonio Martini.
Rimasta danneggiata nel corso dellultimo conflitto mondiale, la chiesa di S. Michele è stata ristrutturata negli anni cinquanta.
Al suo interno si trova unimmagine molto venerata della Vergine Addolorata.
Da ricordare anche una Madonna con Figlio di fra Giovanni Angelico.
La
chiesa di San Michele Arcangelo
DALLA
LIRA ALL'EURO QUESTI DUE PAESI PROVARONO IN ANTEPRIMA
NUOVA MONETA "L'EURO" CHE FU SPERIMENTATA A
PONTASSIEVE E NELLA CITTA' DI FIESOLE.
FIESOLE
Territorio
Il
territorio del comune di Pontassieve presenta una grande varietà di paesaggi che forniscono lo scenario ideale per chi ama muoversi
nella natura.
Si parte dalla Valdisieve e dalla valle dell'Arno per salire
lungo le colline e gli altipiani coltivati a viti ed olivi,
arricchiti da vaste aree boschive, per giungere ai crinali del
Monte Giovi e dei monti appenninici che d'inverno si coprono
di neve.
Pontassieve è nel regno del Chianti Rufina e Pomino, due vini con
personalità diversa, entrambi conosciuti e apprezzati
da molto tempo in tutto il territorio.